Il Concilio Vaticano II

«Per quanto riguarda l’iniziativa del grande avvenimento che qui ci aduna, basti a semplice titolo di documentazione storica riaffermare la Nostra umile ma personale testimonianza del primo e improvviso fiorire nel Nostro cuore e dalle Nostre labbra della semplice parola di concilio ecumenico. Parola pronunciata innanzi al sacro collegio dei cardinali in quel faustissimo 25 gennaio 1959, festa della conversione di san Paolo, nella basilica sua. Fu un tocco inatteso: uno sprazzo di suprema luce; una grande soavità negli occhi e nel cuore. E insieme un fervore, un grande fervore destatosi improvviso in tutto il mondo, in attesa della celebrazione del concilio.»

(Gaudet Mater Ecclesia, Giovanni XXIII, discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II)

La Basilica di San Pietro durante il Concilio ecumenico Vaticano II

Con l'annuncio da parte di Giovanni XXIII dell'intenzione di convocare un nuovo Concilio Ecumenico, si spalancano per don Giuseppe Dossetti e la Piccola Famiglia dell'Annunziata una prospettiva e un impegno inattesi, che si saldano con le sue intuizioni primordiali e con gli inizi della comunità.
L’11 febbraio 1962 si apre il concilio ecumenico Vaticano II, e in novembre don Giuseppe è chiamato a Roma dal cardinale Lercaro. La sia collaborazione sarà preziosa per la conoscenza delle questioni teologiche e pastorali che il Concilio affrontava, ma si rivelerà decisiva per un altro profilo: l’esperienza fatta negli anni dell’impegno politico, la preparazione giuridica e canonistica, la conoscenza dei meccanismi assembleari gli permisero infatti di fornire all’assemblea conciliare gli strumenti per esprimere le proprie intuizioni di rinnovamento.
Dopo la chiusura del Concilio, avvenuta l’8 dicembre 1965, don Giuseppe collabora con il cardinale Lercaro per l’applicazione del Vaticano II nella Chiesa di Bologna, e il 2 gennaio 1967 è nominato provicario generale della diocesi.

 

Giuseppe Dossetti: Il Concilio ecumenico Vaticano II

«Ecco dunque come il cuore di Papa Giovanni ha concepito, ha pensato, ha voluto il Concilio: non tanto come un’assise normativa, ma piuttosto come uno spettacolo cosmico, un evento, un’anticipazione dell’eterna e universale liturgia, un grande atto di culto, di rendimento di grazie a Dio e di implorazione per tutti: per i fratelli in Cristo e per l’universa umanità.
Ma non così l’aveva riottosamente accettato e pensato la Curia: ma piuttosto come un’occasione di semplice conferma della sua autorità centrale e di indirizzi fissisti, con qualche variazione di minori modalità tecniche (secondo una formula espressa e ripetuta).
Perciò le molte decine di schemi preparatori elaborate dalle commissioni preconciliari e dalla commissione centrale preparatoria, durante quasi quattro anni, e comunicati solo in minima parte e negli ultimissimi mesi ai Padri (nonostante le sollecitazioni del Papa al riguardo), non potevano né corrispondere alle finalità fissate dal Papa per il Concilio, né al gradimento della maggioranza dei Padri conciiari.

Il cardinale Lercaro con don Giuseppe Dossetti.

Di qui un certo disorientamento iniziale dell’assemblea e la conseguenza che la prima sessione finì senza che nessuno schema venisse approvato.
Ma intanto i Padri ebbero modo di conoscersi, di responsabilizzarsi e di organizzarsi in raggruppamenti, avviando il processo più importante e più duraturo del Vaticano Il, la formazione cioè di una coscienza assembleare e collegiale e facendo uscire il vescovo medio dagli orizzonti ristretti ai quali era assuefatto per sentirsi effettivamente coinvolto nel servizio della Chiesa universale (9).
E d’altra parte il Papa, per conto suo, provvedeva con vari suoi atti alla concentrazione dei troppi schemi preparatori in venti argomenti, alla disciplina del lavoro durante l’intersessione, alla nomina per questo di una commissione permanente di coordinamento, a disporre un Ordo agendorum per il futuro e a ribadire i punti centrali della sua Allocuzione inaugurale.

Il che consentì al Concilio di continuare ordinatamente i suoi lavori anche dopo la morte del Papa e la successione di Paolo VI: conservando, per quanto era possibile, l’ispirazione iniziale giovannea, e così restando, sia pure non in tutto e non sempre con piena coerenza, fedele al grande balzo in avanti (auspicato dalla Gaudet Mater Ecclesia) che doveva portare la Chiesa fuori dell’epoca tridentina e avviarla per nuove vie più conformi alle istanze ecclesiali, espresse e coltivate negli ultimi decenni, soprattutto dal movimento biblico, dal movimento liturgico e da quello ecumenico: e con questo rendere il sacro deposito sempre più efficace rispetto ai nuovi problemi e ai nuovi bisogni.»

- Prolusione inaugurale per l'anno accademico 1994-'95 dello Studio teologico interdiocesano di Reggio Emilia -