Giuseppe Dossetti: cenni biografici

Don Giuseppe Dossetti è stato giurista e professore universitario, uomo politico e dirigente di partito, studioso di scienze religiose e sacerdote al servizio della Chiesa, monaco e padre di una Famiglia religiosa. La sua vita è sembrata a tanti una somma di esperienze diverse poi abbandonate, di improvvisi cambiamenti di rotta, di passaggi da un interesse a un altro. È possibile trovare una coerenza e un segno di continuità in un cammino apparentemente così frammentario? Per poter comprendere don Giuseppe occorre innanzi tutto andare alle origini, a quella sua scelta di consacrarsi al Signore. C’è un episodio che lo attesta, quando nel 1931, a diciotto anni, si reca a Torino a venerare la Sindone, assieme alla sua mamma, la quale più tardi testimonierà: «Quando ho visto come la guardava, ho capito che l’avevo perso». Sa allora fino alla fine dei suoi giorni, il Cristo crocifisso e risorto sarà luce e compagnia amorosa del suo cammino.

Infanzia e formazione

Nasce a Genova il 13 febbraio del 1913. Il padre, Luigi, era farmacista, e da Torino, la città della sua famiglia, era venuto a Reggio Emilia per prendere in affitto una farmacia. Qui aveva conosciuto e sposato Ines Ligabue, ma dopo il matrimonio la coppia si era trasferita a Genova, poiché a Luigi erano state offerte condizioni migliori di lavoro. Dopo pochi mesi dalla nascita di Giuseppe, nel maggio dello stesso anno, la famiglia ritorna a Cavriago, un piccolo paese, distante pochi chilometri da Reggio, dove Luigi, con l’aiuto dei familiari, aveva potuto acquistare la farmacia. A Cavriago, che don Giuseppe ha sempre considerato la sua vera terra di origine, egli frequenta le scuole elementari. Compie gli studi superiori a Reggio Emilia e nel 1930, dopo la maturità classica, si iscrive alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Bologna. Il 16 novembre 1934 consegue la laurea con lode, discutendo con il professor C. Magni la tesi di diritto canonico su La violenza nel matrimonio canonico[1]. In quegli anni, a Reggio, partecipa alla vita dell’oratorio di S. Rocco, diretto da don Dino Torreggiani, il prete dei più poveri e degli ultimi, che fu anche suo confessore e lasciò in lui un’impronta indelebile.

Ha da poco incontrato padre Agostino Gemelli quando, subito dopo la laurea, decide di iscriversi alla scuola di perfezionamento in diritto romano presso l’Università Cattolica di Milano. Diventa poi assistente di diritto canonico, materia nella quale, nel 1942, consegue la libera docenza, e, nello stesso anno è professore incaricato di diritto ecclesiastico all’Università di Modena. Gli anni milanesi sono molto importanti, soprattutto per i contatti che egli stringe con giovani intellettuali cattolici, con i quali avvia una riflessione sulla situazione italiana, nella convinzione che il fascismo sia destinato a finire. Nascono l’amicizia e la collaborazione con Lazzati, La Pira e Fanfani, con i quali si costituisce quel sodalizio che sarà poi chiamato il gruppo dei “professorini”. Insieme con loro e con altri giovani studiosi della Università Cattolica redige, nella primavera del 1943, un testo programmatico per una rinnovata e responsabile presenza politica, per poter ricostruire una nazione, ridare speranza a un popolo e restituirgli la dignità.

Comitato di Liberazione Nazionale

Con la caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e l’armistizio firmato l’8 settembre, l’Italia è occupata dalle truppe tedesche. Rossetti ritorna a Cavriago, dove si trova anche la famiglia, “sfollata” da Reggio, e inizia un’attività di soccorso per le famiglie povere del paese. Entra in contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale della provincia di Reggio Emilia e nel dicembre 1944 ne diventa presidente, dopo l’arresto e la dispersione di altri dirigenti del CLN. Nell’inverno del 1945 il pericolo in pianura si fa troppo grande e in febbraio egli, insieme al fratello Ermanno, di due anni più giovane, entra in clandestinità, salendo in montagna nella zona dell’Appennino occupata dai partigiani. Anche in questa situazione di vero pericolo egli non porterà mai armi. La sua unica arma sarà il Vangelo, da cui discende il più assoluto rispetto per la persona. Con la Liberazione, Dossetti ritiene che il suo impegno sia concluso, ma la realtà del periodo imminente successivo al 25 aprile del 1945 lo induce a restare, per cercare di contenere le azioni arbitrarie e gli abusi di quei giorni. E da questo momento in poi viene sempre più coinvolto nella ricostruzione delle strutture sociali e politiche del Paese.

Dossetti politico e Assemblea Costituente

Il suo primo contatto con i vertici della Democrazia cristiana è del giugno 1945, quando viene chiamato a partecipare, come rappresentante giovanile di Reggio, al Convegno nazionale dei gruppi giovanili DC che si tiene ad Assisi. Emerge per le sue doti dialettiche e per la capacità di condurre una discussione, ed è nominato presidente dell’assemblea. In agosto è cooptato dal Consiglio nazionale DC, come esponente del Movimento giovanile, e viene nominato vicesegretario, anche perché ai dirigenti centrali si presenta l’esigenza di inserire negli organi di partito esponenti cattoliche del Nord. Ma la struttura verticistica e rigida del partito lo induce a dimettersi da vicesegretario per dedicarsi ai lavori della Consulta nazionale, che preparerà il referendum istituzionale e le elezioni per l’Assemblea Costituente, entra a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il progetto della Costituzione. Nel lavoro costituente sarà determinante la collaborazione con i “professorini” della Università Cattolica, Lazzati, La Pira, Fanfani, e con altri giovani deputati, fra i quali spicca Aldo Moro. A Dossetti e a Giorgio La Pira, in particolare, si deve l’impostazione della prima parte della Costituzione, centrata sulla persona, sui suoi diritti e sul principio di solidarietà, e soprattutto a Dossetti gli articoli che riguardano i rapporti tra lo Stato e le diverse confessioni religiose.

Concluso il lavoro per la nuova Costituzione, Dossetti ritiene che il suo compito sia terminato, ma viene distolto dal proposito di non presentarsi alle elezioni del 1948 dall’intervento del papa Pio XII, il quale attraverso monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, gli chiede esplicitamente di continuare. E il 18 aprile 1948 è eletto alla Camera dei deputati. Ma nel 1952 dà le dimissioni definitive da deputato, un anno prima della fine della legislatura, nel timore che, nell’imminenza delle nuove elezioni, vi sarebbero state nuove autorevoli pressioni per indurlo a rimanere.

La breve, ma intensa, stagione politica gli aveva fatto prendere coscienza della responsabilità anche storica che egli doveva assumere in una situazione di grave crisi della società e della cristianità italiane. Da questa assunzione di responsabilità e dalla conferma della sua consacrazione religiosa fin dalla giovinezza inizia un nuovo impegno, un nuovo cammino, che porterà alla nascita della comunità monastica. La prima forma che assunse questa nuovo impegno è quella di una “comunità di studiosi” che si raccolgono intorno a lui, condividendo il suo zelo per le vicende della storia degli uomini e della Chiesa. Intanto è stato nominato arcivescovo di Bologna il cardinale Giacomo Lercaro, che fa il suo ingresso solenne in città il 22 giugno 1952, lo stesso giorno in cui muore padre Luigi: coincidenza del quale Dossetti scorge l’offerta di una nuova paternità spirituale. Il 4 settembre successivo presenta al cardinale Lercaro il suo progetto di formare un istituto per la ricerca storica e teologica, costituito da laici estranei a carriere accademiche e uniti da un vincolo di fede e di preghiera, secondo lo stile dettato più tardi nella Forma communitatis (1954). Prende così vita il Centro di documentazione, ma il progetto iniziale non poté continuare secondo le linee originariamente pensate, perché Dossetti e alcuni studiosi allora presenti nel Centro sentirono in modo sempre più pressante la chiamata a formare una vera comunità religiosa. La difficoltà di conciliare l’impegno religioso con le esigenze della vita matrimoniale o comunque non consacrata di altri membri del gruppo portò molto presto, dopo la Pentecoste del 1954, a una differenziazione: da una parte il Centro, che divenne l’Istituto per le Scienze religiose, dall’altra la comunità religiosa, che prese poi il nome di Piccola Famiglia dell’Annunziata.

Verso la consacrazione

In questi primissimi anni, in verità, Dossetti era già impegnato con l’Istituto secolare Milites Christi, del quale era fondatore e superiore Giuseppe Lazzati, e nel quale era entrato nel 1950; vi aveva poi emesso i voti temporanei nel 1951, dai quali fu sciolto da Lazzati nel luglio 1955. Il 17 agosto 1955 scrive al cardinale Lercaro, esprimendogli la volontà di obbedienza religiosa al suo vescovo, perché gli garantisca la conformità alla volontà di Dio del cammino suo e della comunità, e il 28 agosto pronunzia i voti nelle mani del cardinale. L’8 settembre, dopo una giornata di ritiro, scrive di getto il testo della Piccola Regola che, tuttora invariato, ha guidato e guida la vita della comunità, fondata su Scrittura, eucaristia, silenzio, preghiera, lavoro e povertà.

Ma un evento imprevisto sembra sconvolgere gli inizi del nuovo cammino di Dossetti: è l’«obbedienza terribile», datagli dal cardinale il 18 ottobre 1955, di presentarsi come candidato per le elezioni amministrative di Bologna. Ma è da essa che ricevette molte grazie, per sé e per la sua nascente comunità[2].

Il 6 gennaio 1956, assieme ai primi monaci (un fratello e cinque sorelle), pronunzia i primi voti nelle mani del cardinale Lercaro. E al cardinale chiede l’autorizzazione a un ulteriore distacco, quello dall’insegnamento universitario, autorizzazione che tarderà a giungere, così che solo nel dicembre dello stesso anno, Dossetti può presentare le proprie dimissioni da professore universitario a Modena. Il 28 dicembre 1957, in un incontro a Roma, in S. Paolo fuori le mura, Dossetti sottopone al cardinale Lercaro il consiglio pressante di don Divo Barsotti, suo direttore spirituale, di chiedere di essere ordinato sacerdote per la comunità. Solo il 21 gennaio del 1958 l’arcivescovo consente, e autorizza anche le dimissioni dal Consiglio comunale, che vengono presentate il 25 marzo. Il 30 marzo 1958, la domenica delle Palme, Dossetti fa la vestizione clericale e subito dopo si trasferisce con un fratello al santuario della Madonna di S. Luca; il 7 dicembre riceve il suddiaconato, il 21 il diaconato e il 6 gennaio 1959, festa dell’Epifania, il cardinale Lercaro lo ordina sacerdote nella cattedrale di S. Pietro a Bologna. Intanto la comunità si riunisce, poiché anche le sorelle si trasferiscono nei pressi del santuario di S. Luca, a poca distanza dai fratelli.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II

Ma il 25 gennaio 1959 un nuovo evento detta il cammino di don Giuseppe: in S. Paolo fuori le mura a Roma, Giovanni XXIII annunzia la sua intenzione di convocare un nuovo concilio ecumenico. Per don Giuseppe si spalancano una prospettiva e un impegno inattesi, che si saldano con le sue intuizioni primordiali e con gli inizi della comunità. E quindi riprende la collaborazione con il Centro per la preparazione del Concilio. Nel frattempo, il 12 maggio 1959, si unisce al gruppo delle sorelle, la mamma di don Giuseppe, con il compito di essere madre della piccola comunità femminile. Prenderà il nome di Madre Agnese e accompagnerà don Giuseppe fino alla fine, ella morirà il 24 ottobre 1968 – con fedeltà, discrezione, distacco e generosità. In lei, mamma e monaca, trovano conforto e aiuto non solo le sorelle e i fratelli della comunità, ma molte altre persone che vennero a lei prima a S. Luca e poi a Monteveglio, dove la comunità si trasferì tra il 1961 e il 1962, insediandosi nel borgo dell’Abbazia.

L’11 febbraio 1962 si apre il concilio ecumenico Vaticano II, e in novembre don Giuseppe è chiamato a Roma dal cardinale Lercaro. La sia collaborazione sarà preziosa per la conoscenza delle questioni teologiche e pastorali che il Concilio affrontava, ma si rivelerà decisiva per un altro profilo: l’esperienza fatta negli anni dell’impegno politico, la preparazione giuridica e canonistica, la conoscenza dei meccanismi assembleari gli permisero infatti di fornire all’assemblea conciliare gli strumenti per esprimere le proprie intuizioni di rinnovamento. Dopo la chiusura del Concilio, avvenuta l’8 dicembre 1965, don Giuseppe collabora con il cardinale Lercaro per l’applicazione del Vaticano II nella Chiesa di Bologna, e il 2 gennaio 1967 è nominato provicariato generale della diocesi. Il 10 settembre dello stesso anno fa il suo ingresso nell’arcidiocesi di Bologna il vescovo coadiutore, con il diritto di successioni di Lercaro, date il 12 febbraio 1968, anche don Giuseppe lascia tutti gli incarichi diocesani.

Terra Santa

Inizia ora un nuovo periodo per la vita della comunità. Risale alla primavera del 1964 il primo soggiorno in Terra Santa: l’annunzio dato il 4 dicembre 1963 da Paolo VI del suo pellegrinaggio in Terra Santa «è sembrato più che una conferma definitiva, addirittura un segnale di partenza e l’indicazione ormai ineludibile della prima meta»[3]. Tra la fine del 1968 e la primavera del 1969 don Giuseppe, insieme con Umberto Neri, compie un viaggio in Estremo e Medio Oriente, in occasione del Congresso monastico mondiale tenuto in dicembre a Bangkok, in Thailandia. Sulla via del ritorno si ferma in India e in Iraq e infine in Libano e in Terra Santa. In questo periodo, avvengono anche i primi contatti e soggiorni di sorelle e fratelli in monasteri della Chiesa greco-ortodossa e, nell’agosto 1968, le prime permanenze in Medio Oriente, soprattutto per lo studio dell’ebraismo e del mondo arabo. La Piccola Famiglia dell’Annunziata via via si estenderà, obbedendo solo all’offerta di insediamento da parte di vescovi, per essere con la preghiera e il silenzio testimone dell’amore di Dio e della sua presenza fra gli uomini in Gesù Cristo[4]. L’11 febbraio del 1983 il patriarca latino di Gerusalemme sceglie il paese di Ma’in, in Giordania, per un insediamento di fratelli e sorelle; e successivamente, nel luglio 1988, verrà proposto alla comunità di essere presente con un piccolo nucleo presso la parrocchia di Ain Arik, in Cisgiordania.

La Parola e il Silenzio

Il 1968 rappresenta veramente una svolta nella vita di don Giuseppe e della comunità. Spogliato di ogni ufficio e di ogni compito di servizio alla Chiesa, egli può abbracciare la sua vocazione nella sua essenzialità. Si trasferisce a Gerico con tutti i fratelli nel 1972, e alternerà lunghi periodi di permanenza in Terra Santa con presenze in Italia, fino al 1992. Intanto le infermità iniziano a bussare alle sue porte ed egli vive sempre di più davanti alla croce di Gesù.

Dopo quasi vent’anni di silenzio, nei quali egli aveva desiderato di essere “dimenticato”, nel 1986 accetta di riprendere a parlare, e negli ultimi dieci anni di vita tiene in più occasioni discorsi pubblici, in cui ricapitola la sua esperienza di monaco, e trasmette l’essenza della sua fede: «Il vero monaco è tale e lo diventa sempre più quanto più sente in sé e su di sé l’impurità e il peccato proprio e di tutto il mondo, in una solidarietà sempre sofferta e sempre ricomposta momento per momento e unicamente nella fiducia nella pura misericordia di Dio che solo purifica e giustifica e salva tutti gli uomini, il santo e il peccatore che ugualmente e umilmente si rivolgono a lui»[5].

L’appassionante zelo per l’uomo e la capacità di leggere la storia umana con gli occhi della fede lo inducono, nel 1994, a intervenire in difesa dei fondamenti della comunità nazionale e dei principi della Costituzione. Nella memoria di coloro che l’hanno conosciuto, direttamente e non, risuona ancora vivo il richiamo fatto a Isaia, il 18 maggio 1994, dal monaco Dossetti, in commemorazione di G. Lazzati a Milano: «Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: Viene il mattino, e poi ancora la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (Is 21,11-12). È un interrogativo che ripercorre la Chiesa e la società ancora oggi.

Nelle ultime settimane della sua vita, quasi del tutto ridotto al silenzio dalla malattia, il suo sguardo non si distacca più dal crocifisso, che si era fatto collocare sulla parete, proprio di fronte ai suoi occhi, e si immerge nella contemplazione della passione di Gesù, nella quale Dio celebra la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e glorifica il Figlio, con la gloria che Egli aveva presso il Padre.

Chiamato al giudizio di Dio

Il 15 dicembre 1996, alle 6,30, don Giuseppe Dossetti muore a Casa San Benedetto, una casa colonica sulle colline di Monteveglio, sede dei fratelli, e viene sepolto nel piccolo cimitero di Canaglia di Monte Sole, il luogo della memoria dell’eccidio dei martiri di Marzabotto. Nella morte di don Giuseppe si è realizzato ciò che egli stesso desiderava: alla fine «resterà solo l’ultimo compimento che conformerà definitivamente il cristiano al Cristo crocifisso: il martirio e comunque l’atto volontario della propria morte accolta e accettata in Cristo»[6].

 

[tratto da Pensieri e Parole di Giuseppe Dossetti, a cura di Olimpia Cavallo, pp. 7-22;  si ringrazia la Direzione Editoriale Paoline e l'Ufficio Diritti d'Autore per la gentile concessione].


[1] Essa costituirà poi il primo nucleo della monografia dal titolo La violenza nel matrimonio in diritto canonico, pubblicata a Milano nel 1943.
[2] Cfr. A. Magistretti, Introduzione, in G. Dossetti, La Piccola Famiglia dell’Annunziata. Le origini e i testi fondativi 1953-1986, Paoline Editoriale Libri, Milano 2004, pp. 23-24
[3] G. Dossetti, Relazione al cardinale Giacomo Lercaro, in Id., La Piccola Famiglia dell’Annunziata. Le origini e i testi fondativi 1953-1986, pp. 173-174.
[4] Dalla prima sede sul colle di S. Luca, sopra Bologna, all’abbazia di Monteveglio e agli insediamenti in Terra Santa. Poi, nel 1983, un piccolo nucleo di sorelle si stabilisce a Bonifati (CS). Tra il 1985 e il 1991 il gruppo più numeroso della Famiglia si riunisce a Monte Sole, nell’Appennino bolognese sopra Marzabotto, nei luoghi degli eccidi nazisti del 1944, per essere presenza stabile di preghiera per i vivi e per i morti.
[5] Vedi G. Dossetti, Discorso dell’Archiginnasio (1986), in Id., La parola e il silenzio. Discorsi e scritti 1986 – 1995; Paoline Editoriale Libri, Milano 2005, pp. 46-47.
[6] G. Dossetti, Non restare in silenzio, mio Dio (1986), in Id., La parola e il silenzio. Discorsi e scritti 1986-1995, p. 133.