Il nostro lavoro

Il lavoro: è obbedienza, prolungamento dell'Eucarestia e della Liturgia della Ore e oggetto normale della nostra offerta: quindi preordinato, custodito e compiuto con zelo religioso; strumento regolare della nostra mortificazione, del nostro amore per le anime e del nostro annuncio abituale, da preferirsi normalmente ad ogni altra penitenza od opera di bene. Salvo ragioni di salute, deve essere almeno di trentacinque ore alla settimana. (Piccola Regola)

Nella convivenza coi minimi

Il lavoro non è che una frazione della nostra convivenza coi minimi, che vuol essere assunzione totale di una sorte, ed è in essa che si compie la nostra adorazione. Se il lavoro è incluso in essa, è la convivenza che detta il perché e il come del nostro lavoro, e per questo il nostro lavoro veramente non ha un fine; il perché e il modo è definito dal fatto che noi vogliamo adorare il Signore nei minimi, anzi coi minimi e meglio da minimi: essendo con loro e in loro, chiedendo al Signore di diventare sempre più «loro», perché il dono del Signore a loro, che è la nostra famiglia stessa, sia consumato in una trasformazione di noi in essi: in tutto quanto vi è un essi da assumere, tranne l’atto del peccato. Il Signore ci possa sempre trovare nella loro schiera

In ostensione ad essi di una «Chiesa santa e immacolata» (Ef 5,27)

Il nostro lavoro, se è veramente «reale», se cioè è veramente una porzione della nostra convivenza coi minimi, non ha un fine, ma non può non avere un senso. Se siamo dati a loro, se viviamo fino in fondo le loro sofferenze, non possiamo amarli nel cuore, adorare in loro il Signore, senza che tutta la nostra vita, e quindi anche il contenuto del nostro lavoro, del modo con cui spendiamo e bruciamo le nostre forze, sia orientata a loro. Li ameremmo per scherzo, adoreremmo il Signore per finta se non prendessimo molto sul serio il fatto dell’essere ormai veramente, fisicamente, dei loro. Ora questo vuol dire sì al patire in silenzio, pregare e adorare, vuol dire soprattutto credere nella loro gloria nascosta, ma non può non voler dire anche servirli con tutto ciò che abbiamo.

[tratto da "Forma Communitatis", di don Giuseppe Dossetti]

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